La parola è già azione

Tutti si stracciano le vesti per Alessandro Sallusti. Unanime, al grido di «non si può andare in carcere per le proprie idee», l’appello bipartisan di politici e giornalisti che invocano un decreto, una modifica della legge, un qualsiasi espediente per evitare la cella al direttore de Il Giornale. Ma davvero la libertà di espressione non conosce limiti? Davvero chiunque può affermare qualsiasi cosa, senza dover rischiare punizioni, severe o meno che siano?

Non voglio entrare nel merito della questione nella sua particolarità. Il punto è un altro: le parole sono azioni? Perché se la risposta è positiva, ebbene, come negare l’esistenza della delinquenza verbale? Il problema è certo complesso e coinvolge la struttura ontologica stessa del discorso. Se esso fosse, cartesianamente, slegato dalla realtà fattuale, allora non ci sarebbero dubbi: Sallusti non ha commesso alcunché. Non solo non andrebbe condannato, ma qualsiasi legge che punisse la parola in quanto tale sarebbe ingiusta e liberticida. Oggi però, soprattutto grazie ai pragmatisti americani, sappiamo che la parola non è solo un veicolo del pensiero: la parola è azione. In tutto e per tutto. E come tale deve essere sottoposta alla legge. Specie poi quando il proprio verbo è diffuso a mezzo stampa, giacché acquisisce con il medium di massa un potere dirompente. L’istigazione a delinquere (articolo 414 del Codice Penale) è un reato, ed è punibile con la reclusione da 1 a 5 anni, se trattasi di istigazione a commettere delitti (differenti dalle contravvenzioni). E nessuno si sognerebbe mai, nemmeno i novelli profeti della libertà di espressione, di invocare libertà se su un quotidiano, o in televisione, dichiarassi di voler bruciare tutti i negri sulla terra. La parola dunque è in se stessa già azione, è atto, è opera. E non abita idealmente in universi iperuranici inaccessibili alla sensibilità. La parola, qualora sia illegittima secondo le norme vigenti, va punita.

Lascio a giuristi e legislatori la responsabilità di valutare la gravità dei reati e le relative punizioni. Non ce l’ho né con Sallusti né con la libertà di espressione, tutt’altro. La libertà di parola è la massima espressione di una democrazia matura ed efficiente. Ma come tutte le libertà, anche la libertà di parola ha un limite, ed esso risiede precisamente nel divieto di ledere la libertà altrui. Ciò contro cui mi scaglio dunque sono solo i facili slogan, la mediocrità di una opinione pubblica impaurita, la miseria di una élite intellettuale incapace di valutazioni complesse, che si esprime per cliché e frasi fatte.

Dobbiamo, se vogliamo rialzarci in quanto popolo – italiano o europeo, è indifferente –, tornare a riflettere sul dato per scontato, sull’apparentemente banale, tornare ad essere critici acuti del presente più  ordinario, discutere anche degli assiomi che appaiono più  incontrovertibili. Solo in questo modo, solo dibattendo sul Noi più profondo possiamo sperare di non soccombere sotto l’impeto delle contingenze storiche, economiche, etiche.

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