Cosa penso della chiusura dei Murazzi

I Murazzi sono stati chiusi. Se definitivamente o meno non è dato sapere. E oggi sono scesi in piazza lavoratori e semplici frequentatori della celebre passeggiata sulla riva del Po (Video). Gli organizzatori della manifestazione rivendicano il valore del luogo come «centro pulsante della città: luogo di aggregazione per moltissimi giovani delle più diverse origini ed estrazioni sociali, sede di locali e centri sociali che hanno portato sotto l’asfalto generazioni di artisti nazionali e internazionali, trampolino per musicisti e dj torinesi». Tutto vero. I Murazzi sono stati un formidabile e pittoresco microcosmo culturale, in cui potersi spogliare dei diurni abiti borghesi ed immergersi nella fitta effervescenza notturna.

Ma i Murazzi non furono solo questo. I Murazzi, per chi li conosce – e io posso dire di averci passato parecchie notti di eccessi –, erano anche un luogo pericoloso, degradato, fondamentalmente anarchico e sordo alle pretese di legalità del “mondo di sopra”. Scendere le scale e saltellare da un locale e l’altro, da un cocktail all’altro, contemplava sempre il rischio di essere scippati senza troppa eleganza, o di capitare in qualche rissa. Ricordo una volta mentre, passeggiando sopra i Murazzi, mi fermai ad osservare esterrefatto una feroce baruffa tra gruppi di nordafricani, i quali si scagliavano l’uno sull’altro bottiglie rotte e pugni maldestri. La folla guizzò lontano mentre schiere di buttafuori accorrevano furiosamente nel tentativo di placare il parapiglia. Si sentivano urla e il fragore del vetro in frantumi. Di divise neanche l’ombra.

Poco a poco la tempesta scemò, e la situazione ripiegò nella consueta vivacità. Si tornò a bere e ci si dimenticò in fretta di quella ferocia. Che però ancora oggi ho impressa negli occhi.

Questi erano i Murazzi. Luogo di svago e sovreccitazione, dal quale le forze dell’ordine si tenevano ben alla larga. Il motivo non l’ho mai capito. Se ne stavano sempre appollaiati nei pressi del ponte senza mai sognarsi di scendere a controllare o semplicemente a esibire protezione. Forse fu proprio questo il fascino dei Murazzi, perché no: quel brivido che solo il pericolo sa offrire, ci attira come ci attirano le tentazioni.

Ma questa libertà vale un tale degrado? Io non piango oggi per i Murazzi. Posso rimpiangere le notti da Giancarlo e l’ottima erba acquistata indisturbato dai senegalesi che vi bazzicavano attorno. Ma probabilmente “i muri” erano andati troppo oltre. Non era più possibile tollerare l’esuberante illegalità che vi prosperava. Spaccio, furti, abusi edilizi, violenza, vendita di alcolici oltre l’orario consentito, limiti sonori costantemente oltrepassati.

Beninteso, non voglio fare il bacchettone. Sono passato spesso e volentieri per i Murazzi, gustandone l’accogliente anarchia. Mi sorprende però la veemenza con la quale i frequentatori si battono per evitarne la chiusura. Se la medesima energia fosse rivolta alla mobilitazione per cause più nobili, di certo non ci sarebbe poi la necessità di andare a sfogare le frustrazioni della settimana nei bassifondi. Ché quel senso di profonda libertà che vi si respirava, forse dovremmo ricercalo e promuoverlo non come sedativo, ma come motore della vita quotidiana e delle nostre più intime aspirazioni sociali.

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