Latouche chi?

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Serge Latouche va molto di moda di questi tempi. Ora che l’ideologia comunista è stata spazzata via dalla storia, e le sinistre sono afflitte da una crisi d’identità senza pace, la ricerca di un’alternativa alla deriva capitalistica spinge, specie in tempi di crisi economica, a ricercare soluzioni nuove, o apparentemente tali.

In questo contesto si inserisce l’opera dell’economista-filosofo francese, il quale rispolvera un’idea tutt’altro che nuova, conferendole sistematizzazione teorica. Il Breve Trattato sulla Decrescita Serena di cui intendo trattare, edito da Bollati Boringhieri (2008), è una leggera e fruibile esposizione delle teorie elaborate da Latouche nel più corposo La Scommessa della Decrescita (Feltrinelli, 2007).

Cominciamo col dire che Latouche si lascia un po’ troppo andare nelle iperboli retoriche. Ma si sa, è una prerogativa culturale: quale francese non subisce il fascino del vocativo?

Ciò detto, la decrescita viene presentata come l’unica soluzione a quel problema ineludibile che è il drammatico esaurimento delle risorse naturali del pianeta Terra. La seconda legge della termodinamica non lascia molto scampo, non è realistico pensare ad una crescita infinita in un sistema finito. Chi pensa che sia possibile – afferma Kenneth Boulding – «è un pazzo, o un economista». Latouche propone così un cambio di paradigma, che è culturale più che economico.

Ma per descrivere compiutamente la teoria della decrescita è sufficiente, a mio avviso, andarsi a rileggere un passo della Repubblica di Platone (IV secolo a.C.) in cui Socrate spiega a Glaucone, suo interlocutore, che l’opulenza di una società costringe a introdurre funzioni economiche nuove e problematiche nella misura in cui ciò che è richiesto non è più solo uno stato sano, ma la ricerca di una struttura statale che assecondi gli aspetti peggiori del carattere del carattere dell’uomo, il lato infimo della sua personalità: avidità e cupidigia.

«A quanto sembra, non vogliamo soltanto sapere come nasce uno stato, ma uno stato gonfio di lusso. Forse però non è male, perché così vedremo probabilmente come nascono negli stati giustizia e ingiustizia. Lo stato vero è, a mio giudizio, quello di cui abbiamo parlato ora, uno stato sano. Ma se voi volete che consideriamo anche uno stato rigonfio, nulla ce lo impedisce. […] Bisogna dunque ingrandire ancora di più lo stato, perché quello sano non basta più: si deve accrescerlo di mole e riempirlo di una massa di gente la cui presenza negli stati non è più imposta dalla necessità.»

Ora, identificare un sistema culturale o economico con le sue perversioni è un’operazione non solo moralmente dubbia, ma anche concettualmente errata. Connotare negativamente i termini crescita, progresso, sviluppo – cosa che Latouche fa regolarmente benché si affanni nell’affermare il contrario – è un controsenso evidente che, per quanto in buona fede, non potrà mai essere accolto dalla cultura occidentale. La progenie di Ulisse si tufferà sempre e comunque per l’alto mare aperto, sia esso lo spazio fisico, la tecnica, o l’intelletto. Violare un tale impulso è violare la natura stessa dell’essere umano.

Certo, capitalismo, neoliberismo e affini sono sistemi perversi che abbisognano di limiti e correzioni profonde, ma da qui a indicare il regresso a forme di vita premoderne come unica soluzione, c’è un abisso.

Esilarante il passo in cui lo studioso descrive, citando Bernard Revel, il progetto di rilocalizzazione economica e sociale, nel quale elogia la frugalità d’una vita legata «al campanile del villaggio».

«”Per la maggior parte del tempo si restava nel luogo natale, con i piedi ben piantati per terra. Un campanile al centro e l’orizzonte tutto intorno delimitano un territorio sufficiente per la vita di un uomo. Tra i mille possibili, scegliere il luogo stesso dove il caso ci ha fatto nascere non è necessariamente mancanza di immaginazione. Può addirittura essere il contrario. Non è necessario muoversi perché l’immaginazione spieghi le ali.”
[…] Noi abbiamo la fortuna inaudita, grazie alle meraviglie della tecnologia, di poter viaggiare virtualmente senza muoverci da casa.»

Intendiamoci, in termini sociali il progetto della rilocalizzazione è parecchio interessante: esso punta a riacquisire quella dimensione comunitaria che per millenni ha rappresentato l’unica dimensione possibile della convivialità, e che ha prodotto una sedimentazione culturale ben definita dalla quale risulta arduo emanciparsi nello spazio di pochi decenni. Il processo di adattamento culturale alla dimensione globale stenta a decollare, la reazione a siffatta tensione è proprio la nostalgia per una ‘località‘ ormai tanto diluita da risultare irriconoscibile. Il punto però è un altro: se anche la comunità locale fosse l’unica soluzione (e ho forti dubbi in merito) come può il localismo reagire in termini realistici – cioè di potere – alla globalizzazione imperante dei sistemi economici, politici, solidali? Come può, in altri termini, un comune slow competere, e non farsi schiacciare, da una superpotenza, sia essa la Nestlé, o la Cina? Latouche, su questo punto, è piuttosto vago.

In conclusione, il “progetto decrescita” è affascinante, ed è opportuno che lo sia nel momento in cui si pone non tanto come ideale da perseguire in modo radicale e rivoluzionario, ma come orizzonte in una prospettiva gradualistica e riformistica che miri a inoculare nella cultura dominante valori e prassi di vita più lungimiranti. Inoltre, come ogni utopia, è utile per mettere in luce il divario tra le aspirazioni sociali dell’uomo e la realtà fattuale del dato. Dopodiché, affezionato come sono al brulicante fermento della metropoli – e come me molti altri – stento a credere alla possibilità di un ritorno ad un’armonia premoderna con la natura.

Punterei piuttosto su ciò che a più riprese Latouche depreca come etichetta moralizzante apposta a prassi economiche tutt’altro che genuine, cioè quello sviluppo sostenibile, che in verità, se inteso rettamente e applicato di conseguenza, risulta molto più adeguato all’indole occidentale di cui noi – anche Latouche – siamo comunque figli.

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