La Bellezza sotto il blah blah blah

Cannes-2013-La-grande-bellezza

«Mah, non è uno dei migliori Sorrentino. Non so, c’è un po’ troppa roba». Questo un commento a caldo che, duranti i titoli di coda, la spettatrice seduta dietro di me ha elaborato con invidiabile finezza intellettuale.

Posto che non sono un esperto di cinema, né tantomeno un feticista dei film di Paolo Sorrentino. Amo il cinema come ogni altra forma d’arte, e come di ogni altra forma d’arte ne parlo senza competenza. Ma con simpatia.

Dunque, La Grande Bellezza, dice bene Alessandro Gilioli, non è un film su Roma. Ma non è neanche, come prosegue il giornalista, un film morale, un film esistenzialista. O quantomeno, non primariamente. È un film che ha l’arte come oggetto: la bellezza, appunto.

Tra i tre lungometraggi di Sorrentino che ho potuto apprezzare questo è senz’altro il migliore, il più maturo. Il Divo fu un evento per l’opposizione insita nella celebrazione del personaggio Andreotti che egli stesso promuoveva, da un lato, ed il ritratto insieme canzonatorio e amaro fornito dal film. This Must Be The Place, a mio modesto parere, una mezza porcheria: un soggetto banale e l’ostentazione di un nichilismo artificioso.

Ecco: il nichilismo. Soggetto comune a tutte le produzioni sorrentiniane è proprio il nichilismo. Protagonisti sempre disincantati, dall’umorismo caustico, il più delle volte cinici. Ma in questa ultima pellicola, forse, ci viene fornita la chiave di lettura dei lavori precedenti. Chiave di lettura che Sorrentino stesso offre a se stesso. Il processo di maturazione umana e artistica del regista giunge ora ad una risoluzione della tensione precedente.

La Grande Bellezza medita sugli errori del passato artistico ed esistenziale, sulla ricerca ossessiva di un apice estetico irraggiungibile perché relegato in un’idealità iperuranica non afferrabile. Un’arte priva di contenuto, priva della sporcizia del mondo reale, è un involucro vuoto: forma priva di materia. Per dire qualcosa, e poi per dirla bene, bisogna innanzitutto avere qualcosa da dire. Questo il senso del ritorno “al paese” di Romano – il personaggio interpretato da Carlo Verdone –, accortosi che il suo anelito verso una lontana perfezione artistica era in verità il desiderio di un successo invidiato al suo amico Jep – forse il miglior Toni Servillo di sempre.

In fin dei conti, l’accettazione anche svogliata dell’imperfezione è ciò che Sorrentino invoca. Ma un’accettazione attiva, conscia di sé, che non si arrocca sull’impossibilità di giungere al bene sommo, e che continua a perseverare nella propria esistenza, con umiltà, dedizione, un pizzico di idealismo, e tanta tanta voglia di vivere la vita vera, le grandi e piccole sofferenze, le grandi e piccole gioie che non si trovano il più delle volte nel sublime ma sotto il brusio che rende tutto mediocre, nella quotidianità verace e malinconica e straordinaria se osservata con gli occhi giusti.

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