L’insegnamento di Madiba

Madiba

Non è facile farsi un opinione su ciò che sta accadendo in Egitto. La deposizione di Morsi da parte dei militari fu salutata con ottimismo sia dall’Occidente sia da buona parte degli egiziani. Nessuno però si sarebbe aspettato che gli sviluppi della questione egiziana avrebbero prodotto la carneficina che i telegiornali ogni giorno ci portano dentro casa.

Da un lato, l’oltranzismo islamico, mi pare in una certa misura comprensibile. Non riesco a condannare del tutto una cultura che rivendica le proprie prerogative. Una cultura che ha dovuto subire, nel corso dell’ultimo mezzo secolo e oltre, dal colpo di stato ai danni di Mossadeq, in Iraq, un occidentalizzazione feroce e indiscriminata alimentata dai soli interessi economici. Comprendo, dunque, la chiusura che la cultura araba ha opposto alle forzature di una modernità imposta. Certo, le violenze ripugnano sempre, per la loro intrinseca iniquità. Come non condannare il terrorismo, le bombe nelle metropolitane, nei bus, gli 11 Settembre, le stragi di persone purtroppo inconsapevoli – e in questo senso innocenti – degli scempi compiuti dall’arroganza occidentale? Eppure è facile nascondersi dietro la condanna dell’orrore delle guerre, delle rivoluzioni, del terrorismo. È facile arrestarsi alla disapprovazione acritica delle violenze, senza addentrarsi a indagare le cause di tali brutalità. È facile tacciare di ignoranza e bestialità i fanatici della jihad. Ma noi siamo davvero incolpevoli? Con quale diritto abbiamo, in quanto Occidente, imposto la nostra cultura – intrisa di capitalismo, tecnologia, utilitarismo bieco – come se fosse l’unica via verso la Salvezza.

Forse non abbiamo mai smesso di essere conquistadores. Forse continuiamo a esportare le nostre malattie e le nostre infezioni culturali. Forse la massima di Bernal Diaz del Castillo, cronista della spedizione di Hernán Cortés, è ancora valida: «Siamo venuti per servire Dio, il Re e anche per diventare ricchi».

Dall’altro lato, però, l’islamizzazione forzosa tentata da Morsi, così come da Erdogan in Turchia, appare illiberale e inadeguata alla statura di una nazione eterogenea come l’Egitto. La veemenza con la quale, ad ogni costo, i Fratelli Musulmani vorrebbero instaurare la Shari’a risulta arrogante almeno quanto la “vocazione missionaria” occidentale. E sebbene tale chiusura culturale sia comprensibile, per i motivi sopra esposti, ciò non significa che debba essere accettata o peggio giustificata.

La democrazia non è, come si affrettano a sentenziare i più sprovveduti tra i commentatori, l’elezione indiscutibile e indiscussa di un padre padrone al quale delegare l’amministrazione esistenziale di un popolo. La democrazia si alimenta quotidianamente della vivacità di una società civile aperta, libera di dissentire. E anzi, proprio per la sua capacità di dar vita a una dialettica, la democrazia rettamente intesa si impreziosisce di una ricchezza di contributi potenzialmente infiniti. Viceversa, muove verso l’autarchia quel governo che si appela direttamente e plebiscitariamente ad una sovranità popolare illimitata e illimitabile (vedi il post En Passant). Non è un caso che la nostra costituzione reciti, all’articolo 1: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione [corsivo mio]».

Che dovrebbero fare – giusto per per portare un esempio – i Copti (cristiani ortodossi), circa il 10% della popolazione egiziana? Continuare a farsi perseguitare in silenzio perché la maggioranza ha deciso di privare le istituzioni della sua laicità e anzi di conferir loro un’identità islamica? Dovrebbero forse accettare la dittatura della maggioranza, una tirannia violenta che brucia le loro chiese e attenta alla loro libertà di culto? È questa la democrazia che Beppe Grillo reclama per l’Egitto e, di riflesso, per l’Italia?

I massacri di questi giorni privano di qualsivoglia legittimità il governo dei militari, è indubbio. Tuttavia le ragioni che stanno alla base del colpo di stato ai danni del presidente Morsi, sono, a mio avviso, non solo ragionevoli, ma anche coerenti con una retta interpretazione della democrazia. Purtroppo  la repressione violenta non agevola la diffusione della tolleranza, anzi inasprisce i conflitti e cristallizza le contrapposizioni tra i diversi schieramenti. Gli uni diventano “terroristi” e gli altri “sovversivi”.

L’unica via di uscita è quella di una riconciliazione tra i contendenti. Una riconciliazione certo non facile, cariche come sono le controparti di rancori, orgoglio e brama di vendetta. Ma una riconciliazione non può passare attraverso la messa al bando dei Fratelli Musulmani, per quanto le loro posizioni possano risultare estreme. Sarebbe opportuno, piuttosto, attivare un processo di cooptazione delle frange islamiche più massimaliste a condizioni, però, ben precise, che pongano al riparo il processo democratico e la libertà di tutti i cittadini egiziani dalle derive plebiscitarie ed etnoconservatrici.

Facile a dirsi, ovvio. Ben più arduo a farsi. Ma il rischio di una guerra civile o di una dittatura militare dovrebbe esortare i paesi di tradizione democratica ad impegnarsi per una risoluzione pacifica della crisi. L’Unione Europea attivi in fretta i suoi canali diplomatici al fine di scongiurare il peggio.

Nelson Mandela sosteneva che il perdono dovesse essere la principale risposta dei neri a ciò che avevano dovuto subire durante il regime di apartheid. Solo così bianchi e neri avrebbero potuto convivere senza pericolo di ritorsioni degli uni sugli altri, senza vendette, senza rancori. Un Mandela egiziano, oggi, sarebbe parecchio utile, e guiderebbe l’Egitto per la via di una democrazia egualitaria e libera.

«Noi dobbiamo provare a non essere quello che essi temono».

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