Studente indipendente: una norma autoavverante da cambiare

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Così come formulata dal sociologo Robert Merton, si definisce profezia autoavverante «una supposizione o profezia che per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità».

Sembra proprio questo il caso della norma che disciplina le condizioni affinché un soggetto possa essere considerato indipendente a fini legislativi. Indipendenza che permette di accedere a sovvenzioni laddove si usufruisca di servizi pubblici. In particolare, il caso — che mi riguarda molto da vicino — è quello delle tasse universitarie.

Il decreto del 9 aprile 2001, all’articolo 5 comma 3, recita così:

[…] Al fine di tenere adeguatamente conto dei soggetti che sostengono effettivamente l’onere di mantenimento dello studente, il nucleo familiare del richiedente i benefici, è integrato con quello dei suoi genitori quando non ricorrano entrambi i seguenti requisiti:

a) residenza esterna all’unità abitativa della famiglia di origine, da almeno due anni rispetto alla data di presentazione della domanda per la prima volta a ciascun corso di studi, in alloggio non di proprietà di un suo membro;

b) redditi da lavoro dipendente o assimilati fiscalmente dichiarati, da almeno due anni, non inferiori a 6.500 euro con riferimento ad un nucleo familiare di una persona.

Fuori dal legalese, ciò vale a dire che se non si abita per conto proprio da almeno due anni, e non si ha un reddito superiore ai 6.500 euro annui — questo sì, è ragionevole — allora non si può essere considerati indipendenti. E pertanto il reddito sul quale verrà calcolato il valore delle tasse universitarie da pagare è pari a quello del soggetto interessato più quello della sua famiglia. Insomma, una batosta.

La cosa mi riguarda in prima persona, perché a febbraio di quest’anno ho appunto preso in affitto una catapecchia in centro, vicino all’università e al mio posto di lavoro. Avendo presentato la dichiarazione ISEE entro la data limite del 31 gennaio, non potevo che dover sborsare una cifra importante — poco più di 700 euro. E ci sta. Mi rode il culo, però sono rientrato, mi dicevo, in un limbo non regolamentato: quello di coloro che diventano effettivamente autonomi, prendono casa, in quello spazio tra la dichiarazione del proprio reddito ed il pagamento effettivo delle tasse universitarie. Una finestra di tre mesi (non proprio un tempo fulmineo) di sostanziale buio normativo, ma vabé, insomma, avrei potuto sopportarlo. Ma, ingenuo come sono, non potevo sapere che la mefistofelica arguzia del legislatore avesse potuto partorire un demone ben più perverso della mia immaginazione. Scopro così la norma di cui sopra che, dunque, mi obbligherà per i prossimi due anni a dilapidare una somma esorbitante se rapportata a quella del mio reddito. Non potrò che esser costretto a elemosinare presso la mia famiglia quella spesa che da solo non potrò assolutamente sostenere.

Ed ecco così che la perfidia si esprime in tutta la sua diabolica genialità: la profezia si è autoavverata! M-I-R-A-C-O-L-O! Io credevo, povero gonzo, di essere riuscito faticosamente ad essere indipendente, di potermi pagare le bollette da solo, l’affitto, le fette biscottate per la colazione, il sugo, il vino, i vizi, e soprattutto le tasse universitarie: e invece no. Dovrò sottostare al paradosso di una macchina statale che per pochi euro non mi permette di essere autenticamente indipendente. Dovrò costringere i miei genitori a scialacquare, nei prossimi due anni, cifre a tre zeri per pagare un’università che frequento da solo, lavorando da solo per mantenermi un sottotetto che pago da solo.

In tutto ciò, la ciliegina sulla torta è che i miei genitori non potranno nemmeno più scaricare la spesa tramite dichiarazione dei redditi, non essendo più io un figlio a carico. Dunque non sono più a carico, ma non sono neanche ancora indipendente: praticamente sono un apolide fiscale.

Inutile dire che questa norma va immediatamente cambiata. Io rivendico fieramente la mia autonomia, e il mio diritto di “cittadinanza” fiscale. E pretendo che venga riconosciuto dal punto di vista giuridico, così da poterne godere i benefici e farmi carico degli oneri.

 

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