Tempi di ricostruzione

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In risposta ad un esemplare post di Antonio Padellaro: “Renzi e Berlusconi, doppio peso all’italiana“.

Che stupidaggine questo articolo. Berlusconi non poteva far nulla poiché qualunque cosa facesse era (giustamente) sospettata di esser progettata a suo solo uso e consumo. Il più delle volte era effettivamente così.

Come si può discutere di riforma della giustizia, anche di responsabilità civile dei giudici — perché deve essere un tabù? —, di intercettazioni, di anticorruzione o di evasione, come si può discutere di tutto questo se al vertice del potere vi è uno che va in doppia cifra con i processi pendenti a proprio carico? Come si può discutere di riforma delle istituzioni o di trasformazione del sistema parlamentare in un sistema presidenziale mentre il premier utilizza, e ha sempre utilizzato, le istituzioni repubblicane per proprio tornaconto?

Ma quello che Il Fatto Quotidiano non ha ancora capito, o finge di non capire, è che il momento storico è cambiato. L’epoca berlusconiana si è conclusa nel novembre 2011. È finita. Stop. Game Over.

Ciò significa che non si può più agire nell’agone politico con un atteggiamento di perenne conflitto, ostinata ostilità. Ora si può finalmente discutere di cose. Si può parlare di legge elettorale, di senato non elettivo, di presidenzialismo, di intercettazioni, persino di riforma della giustizia. Vorrei ricordare che fu Montanelli, non Belpietro tanto per capirci, che propose di ridiscutere il tema della responsabilità civile dei giudici.

Barricarsi dietro la critica fine a se stessa, il criticismo sfrenato come identità riflessa del potere, è sintomo di mediocrità. È grillismo, ed è anche ignavia. È paura di prendere posizione. La perfezione non è cosa umana, lo si sa. L’esercizio dell’opposizione permanente è una facile pratica demagogica.

La critica non può essere sempre vuota, sempre negazione dell’esistente. Vi è un momento in cui essa deve anche diventare proposta, iniziativa. E capacità di portare avanti un’idea. La solita storia: è facile avere le mani pulite, quando si tengono in tasca. Ma la politica non si fa con le mani in tasca. La politica vive di compromessi, di trattative.

Il confine tra la trattativa e l’inciucio è molto labile, ma un giornalista, uno storico del presente, dovrebbe capirlo, dannazione! Anche Grillo, i grillini, il movimento pentastellato in generale, stanno cominciando a capire che se la politica non la fai qui e ora, rischi di perdere l’occasione per fare qualcosa di buono. Anche se questo qualcosa non rispecchia esattamente quella che era la tua utopia di società, il luogo perfetto dove trovare cittadinanza.

In parole povere: basta indolenza mascherata da spirito critico. È il momento di costruire, questo. Non significa che non si possa criticare, per carità. Ma che almeno alla critica seguano delle proposte altrettanto convincenti di quelle contro le quali ci si batte.

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