«Nella spirale tecnocratica»: una recensione, tardiva, su Habermas

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Delle due l’una: o si concepisce lo stato attuale dell’integrazione europea come un momento sulla via di una costituzionalizzazione parafederale, o la si concepisce come un fatto già compiutosi secondo i propri principi e la propria natura, che è tuttalpiù opportuno perfezionare ma non stravolgere. Habermas pare continuamente oscillare tra questi due estremi senza troppa chiarezza. Se da un lato gli stati nazionali devono comunque occuparsi di conservare quegli accettabili livelli di libertà e di giustizia così faticosamente raggiunti nel corso dei secoli, dall’altro devono ciononostante trasferire importanti pezzi di tali conquiste a livello europeo. In altre parole: determinate competenze in ambito fiscale, di pianificazione economica e redistribuzione (e relative procedure legittimanti), le quali sono elementi fondamentali per la garanzia della giustizia sociale, debbono al contempo essere prerogativa degli stati nazionali e dell’Unione europea. Il che, evidentemente, è piuttosto controverso, per non dire contraddittorio.

Ora, la mia personalissima opinione è che ci troviamo in un momento di transizione tra la democrazia nazionale e quella sovranazionale. La quale, se non avrà caratteri federalistici, poco ci manca. Il che suppone una strategia incrementalistica, giacché tra le alternative, l’atto costituzionale e quello rivoluzionario, la primo è risultata ancora prematura, la secondo è non solo impraticabile ma anche poco auspicabile considerati gli enormi potenziali di rischio che si porta dietro. Strategia incrementalistica però tutt’altro che esente da rischi, poiché nel lungo cammino dell’integrazione è facile che strutture illegittime di potere s’innestino negli interstizi di un apparato procedurale imperfetto.

Sicché, se Habermas vede nitidamente le ragioni per le quali è necessario prodigarsi per «più Europa» — in questo senso è illuminante il saggio contro Wolfgang Streeck — tuttavia la sua costruzione sembra stridere quando si tratta di concretizzare le sue brillanti proposte teoriche.

Nonostante tali piccole incongruenze, l’impegno postnichilistico di Habermas è sempre più utile dello sterile disfattismo dei cosiddetti realisti. Perché se è vero che è fondamentale avere una chiara coscienza del rischio, è altrettanto vero che la storia si fa coi progetti. Anche i grandi fallimenti, sono sempre progetti falliti.

Visto il gusto attuale di infarcire di cultura pop le proprie dissertazioni, non posso esimermi dalla consuetudine. Nel mondo del calcio circola un adagio, pare formulato nientemeno che dal Pibe de Oro in persona Diego Armando Maradona, un adagio che non è solo un rituale consolatorio per perdenti, ma anche una brillante popolarizzazione della natura tragica dell’esistere umano. Di fronte a un calcio di rigore, all’alternativa tra il vincere e il perdere, tra il suicidio sportivo e la gloria infinita, c’è chi si muove verso il dischetto e chi no. E poi c’è chi il rigore lo segna, e magari porta la sua nazionale a vincere un mondiale che lo ergerà a monumento della sua storia calcistica (vedi Fabio Grosso), e chi come Roberto Baggio, dopo una carriera di successi, vede sfumare il sogno di una vita e la possibilità di coronare una storia che sembrava baciata dagli dei del calcio. Epperò ci si mette poi la sorte, la paura, il fatto che l’umano essere è fallibile, fragile e soggetto alle mareggiate della contingenza.
Fu proprio il Divin Codino, quattro anni dopo quella disfatta, a rincuorare Gigi Di Biagio, colpevole di aver fallito il rigore decisivo che ci avrebbe fatto uscire anche al mondiale successivo contro gli odiati cugini. Pronunciando, probabilmente in spogliatoio, con una braccio sulle spalle in segno di affetto e complicità, proprio quella massima inventata dal Messia del pallone: «I rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli.»

Ecco, appunto.

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