I disegni di Roy Lichtenstein a Torino: recensione

Roy640

La mostra ha uno svolgimento crescente. Se così non fosse stato, arrivato a metà avrei defecato proprio al centro della stanza dei nudi. Sì perché, dai siamo onesti, io Lichtenstein lo adoro, dico davvero, ma i triangolini di foglio dove scarabocchiava mentre era al cesso, no, questo non lo sopporto. Poi è ovvio, trattandosi di un autore geniale, a pescare a strascico becchi sempre qualcosa di succulento. A proposito dei nudi, quelli (scarabocchio al cesso o no), sono straordinari. Ma è troppo poco.

Per 9 euro, dico.

Che poi, se non avessi avuto la fuckin’ tessera universitaria me ne avrebbero scuciti 12. Sì, è quella tessera con la quale abbiamo pippato l’altra sera, e allora?

L’opera più significativa della mostra — Sweet Dreams Baby — è invece collocata all’uscita, quasi tra i cessi delle signore e il merchandising.

Lichtenstein-sweet-dreams-baby

Anche Wittgenstein, quando siamo usciti, passeggiava perplesso.

Le aggiunte sono esattamente ciò che non deve pubblicarsi. […] Lasciarle stampare le aggiunte sarebbe una cosa irrimediabile. Sarebbe esattamente come se lei andasse da un falegname a ordinare un tavolo e quello glielo facesse troppo corto e allora volesse venderle i trucioli, la segatura e tutti gli altri scarti unitamente al tavolo per rimediare al fatto che è corto. (Piuttosto che pubblicare le aggiunte per ingrassare il libro, si lascino una dozzina di fogli bianchi a disposizione del lettore per riempirli di imprecazioni quando dopo aver comprato un libro non ci capisce nulla.)

Mi raccontò che lo scrisse ad un suo editore, il quale lo sollecitava ad aggiungere qualche chiarimento al suo libro. Capii cosa voleva dire.

Epperò. Scendendo le scale della Gam, scale da ospedale, bianco e cemento, mi perdo. E mi ritrovo, con mia scintillante sorpresa, in un piano sotterraneo in cui sono esposti alcuni lavori eccellenti. Loschi figuri con tesserino al collo mi scrutano. L’importante è che non mi chiedano il biglietto. Ho idea di non poter stare qui. Ma non ho il tempo per pensarci su. Mi inchiodo per una decina di minuti dinanzi ad una serigrafia di Ugo Nespolo dedicata alla Rai. Ugo Nespolo, proprio quello di «Lavorare/Lavorare/Lavorare/Preferisco/Il Rumore/Del Mare».

Nespolo

Poi mi imbatto nella mostra di Cecily Brown. Tele enormi, ricche, scorbutiche, pirotecniche. Roba da perderci il fiato.

Cecily Brown - Justify-my-love-brown 20091130100213_CecilyBrownHighSociety

Riesco a dare un senso alla serata, dopo tutto. In qualunque scantinato c’è qualcosa per cui valga la pena emozionarsi.

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