Tempo Guadagnato, Wolfgang Streeck: una recensione

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Era da un po’ che la Scuola di Francoforte non sfornava intellettuali così efficaci e così severamente marxisti. L’ultimo grande francofortese, Jürgen Habermas, si è decisamente allontanato dagli economicismi per sondare dimensioni normative vicine al Kant vagliato dalla lente novecentesca di John Rawls.

Il presente testo, dunque, edito nel 2013, nel momento di maggiore disillusione rispetto alle sorti della crisi economica in Europa, si è posto come una critica serrata a quello che Luciano Gallino ha definito il finanzcapitalismo, offrendo spunti innovativi finalizzati a riorganizzare la cassetta degli attrezzi categoriale da impiegare per l’analisi dell’attuale impianto politico tout court. Dal concetto di democrazia a quello di stato e, com’è ovvio, al sistema delle relazioni internazionali, Streeck — mediante una narrazione di ampio respiro della metamorfosi delle istituzioni democratiche in rapporto alla struttura economica — indaga i mutamenti che il Capitale ha imposto all’edificio concettuale istituito nel secondo dopoguerra.

Geniale la proposta di riconsiderare l’assetto della legittimazione dello stato democratico capitalista, sostituendo alla relazione diadica cittadino-stato quella triadica cittadino-stato-capitale. In questo modo risulta più facilmente spiegabile la parabola che dalla democrazia keynesiana ha portato alla svolta neoliberista. Il capitale, infatti, concepito non solo come sistema funzionale (à la Luhmann) ma come entità sociale dotata di capacità strategica, sentitosi assoggettato agli imperativi di giustizia sociale del welfare postbellico, ha tentato con successo di riconquistare potere nella struttura dello stato contemporaneo, a spese dei lavoratori salariati. Il tutto motivato con il fatto che il perseguimento del profitto implica un maggior fattore di rischio rispetto alla sicurezza sociale ottenuta dai lavoratori salariati. In breve: tale rischio dell’investimento vuole essere ripagato con maggiori ricompense e oneri sociali, da qui una esigenza fondamentale di maggiore disuguaglianza.

Meno brillanti delle diagnosi sono le cure proposte da Streeck che, di fatto, si muovono nella direzione di una maggiore volatilità delle valute — specie in ambito europeo, egli propugna la fine dell’esperimento dell’Euro — avente di mira la tutela delle specificità nazionali che può garantire la svalutazione delle monete nazionali, a dispetto del livellamento delle condizioni e degli stili di vita richiesto dalla globalizzazione capitalistica.

Streeck non considera, a mio modo di vedere, il fatto che la globalizzazione non è mossa esclusivamente da strutture sistemiche di carattere economico, ma si muove anche lungo le direttrici dell’allargamento della capacità comunicativa dovuta allo sviluppo delle reti informatiche e alla mobilità sociale che ha ormai ridotto drasticamente le dimensioni del globo. L’unico modo non anacronistico — e qui non posso non essere fedele ad Habermas — per far “riguadagnare terreno alla politica” rispetto ai sistemi funzionali è, di nuovo, allargare la base territoriale dei processi democratici di formazione della volontà, con l’obbiettivo di una politica interna mondiale. Con tutti gli immani problemi che una meta di questo tipo può comprensibilmente comportare. Gli sforzi degli intellettuali e della classe dirigente nel suo complesso dovrebbero pertanto rivolgersi in tale direzione, e non nella pavida ritirata entro gli ormai obsoleti confini nazionali.

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