Studierei filosofia altre cento volte: alla faccia di Stefano Feltri

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Bighellonando per la rete mi sono imbattuto in un post di Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano, che mi ha letteralmente fatto sobbalzare sulla sedia. Il titolo — Il conto salato degli studi umanistici — è efficace. Mi sento subito chiamato in causa e voglio approfondire. Il primo paragrafo è sufficiente a risvegliare in me gli istinti più cafoni e sguaiati. Perché il vicedirettorissimo esordisce con queste parole:

Tra qualche settimana molti studenti cominceranno l’università. I loro genitori che si sono laureati circa trent’anni fa potevano permettersi di sbagliare facoltà, errore concesso in un’economia in crescita. Oggi è molto, molto più pericoloso fare errori. Purtroppo migliaia e migliaia di ragazzi in autunno si iscriveranno a Lettere, Scienze politiche, Filosofia, Storia dell’arte.

Sì. Ha scritto “purtroppo“.

Io una laurea in filosofia ce l’ho. Ed è vero che dopo si fa fatica. È vero che il lavoro è poco, e quel poco che c’è è demansionato e mal pagato. Ed è vero che è frustrante vedere che i propri coetanei soltanto diplomati — alcuni con appena il diploma di scuola media inferiore — spesso lavorano da più tempo e hanno, in proporzione, una condizione economica più favorevole.

Ma per nessun motivo al mondo tornerei indietro a studiare ingegneria gestionale, o economia aziendale, o chissà quale altra stracazzo di materia funzionale alla complessa congiuntura economico finanziaria e agli imperativi del mondo globale e bla bla bla. Io lo rifarei cento e più volte di studiare filosofia. Perché ora conosco davvero il significato delle parole democrazia, politica, dignità, uomo. E so anche che le scienze umane in generale, e la scienza economica soprattutto, hanno gravi lacune epistemologiche. Si reggono a malapena su concetti che il più delle volte sono fraintesi e obsoleti.

Ma Feltri riesce a dire di peggio.

I ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza.

Io sono ben sveglio e intraprendente, non ho studiato né ingegneria, né matematica, né fisica, né tantomeno finanza. E ho un lavoro e ho una casa. Un lavoro mal pagato e una casa molto piccola. Ma non chiedo soldi a nessuno e non peso sulle tasche di nessuno. Né della mia famiglia, né dello Stato. E per di più continuo a studiare, a specializzarmi, a informarmi, a leggere anche le bestialità che scrivono i giornalisti. Ed è dura. Sia sopravvivere, sia leggere gli sproloqui a mezzo stampa di qualcuno che le materie umanistiche non le ha studiate affatto.

Perché altrimenti saprebbe che quando il giornale che dirige se la prende con i governi di qualsiasi forma e colore, senza distinzione, invocando i diritti e la democrazia, fa appello proprio a concetti partoriti da filosofi, letterati, giuristi, intellettuali di ogni epoca che hanno utilizzato il proprio tempo in modo assai più intelligente di chi, pur con tutto rispetto, si limita a produrre ricchezza, accumulando cose e nulla più.

Perché altrimenti saprebbe, il buon Stefano Feltri — ma con quello più celebre non ha nulla a che vedere — che il giornale che dirige deve ridursi a inveire contro tutto e tutti, cavalcando la grande onda del populismo, alimentando i peggiori istinti della massa incolta e burbera, perché altrimenti, senza soldi pubblici, smetterebbe di esistere. Saprebbe che il proprio posto di lavoro dipende dall’esasperazione di una dialettica politica potenzialmente esplosiva, centrifuga, dirompente.

Se proprio si vuole, oggi la vera opposizione al capitalismo finanziario, linciato quotidianamente dal Fatto Quotidiano, non è né la lotta di classe marxista-leninista dei Fassina e dei Landini, né il giacobinismo 2.0 di matrice grillina. Forse l’unico modo realistico e auspicabile di liberarsi dagli imperativi economici è emanciparsi dagli sciocchi bisogni fomentati dalle ideologie economicistiche che producono più vizi che bisogni.

Perché sarà anche vero che

fatto 100 il valore medio attualizzato di una laurea a cinque anni dalla fine degli studi, per un uomo laureato in Legge o in Economia è 273, ben 398 se in Medicina. Soltanto 55 se studia Fisica o Informatica. […] Se studia Lettere o Storia, il valore è pesantemente negativo, -265.

Ma grazie al cielo esiste ancora qualcuno audace abbastanza per studiare ciò che ama pur sapendo che dopo sarà dura trovare un lavoro decente. Se, come Feltri consiglia, non è conveniente compiere studi umanistici — anzi sostiene addirittura che

è un lusso che dovrebbe concedersi soltanto chi se lo può permettere.

— allora questa cittadinanza e questo Stato e questa stessa idea di Istruzione, che difendono a spada tratta contro le presunte derive aziendalistiche degli spietati Renzi e Giannini, è davvero poca cosa.

La libertà di poter scegliere il percorso che si preferisce fa parte di quel diritto allo studio che si premurano di sventolare davanti al naso del ministro di turno. Diritto. Non dovere. Perché mentre al dovere devi obbedire e basta (più o meno come Feltri vorrebbe si obbedisse alle contingenze del mercato), il diritto lo puoi esercitare quando e come ti pare. Ma forse Feltri non conosce a fondo il significato di queste parole.

Ascanio Celestini in una sua performance immagina come sarebbe Lo sciopero dei filosofi.

Certo che all’inizio non se ne accorge nessuno. Come se scioperassero le pulci sui cani o le carie nella bocca. Poi i filosofi incrociano le braccia davanti ai libri nelle biblioteche e nelle librerie, nelle scuole e nelle università. Incrociano le braccia davanti al pensiero. Senza i filosofi non c’è più il pensiero. Non si riesce a pensare.

Ma è solo quando leggi quello che scrive un vicedirettore di giornale laureato in economia che lo capisci davvero.

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Un pensiero su “Studierei filosofia altre cento volte: alla faccia di Stefano Feltri

  1. A suo tempo, persi letteralmente la testa per la filosofia, ma la convinzione, che non potesse esserci autentica conoscenza senza uno studio serio ed approfondito di tale disciplina era tale, che mi avventurai alla conquista della laurea. Trascuro qui di descrivere le altre attività parallele e connesse che praticai allora per cogliere meglio tal fine. Il valore di tutto ciò che vivevo era dimostrato dallo sguardo prettamente teoretico che questa disciplina ha nel suo grembo, nozione che acquisii già alle medie superiori. Così mi lanciai letteralmente nel vuoto pur di abbracciare la mia passione. Sul piano economico nulla è mai rientrato di ciò che ho speso. Sul piano esistenziale la mia vita si è trasformata in maniera radicale, e miracolosamente procedo ancora in avanti, in questa società che è ormai istituzionalmente strutturata sull’accumulo indefinito (a partire dagli affetti, per passare alla conoscenza fino al più bieco materialismo e/o consumismo) e sul possesso, la quale ha definitivamente riposto i processi naturali della reciprocità.
    Andare avanti sarà sempre più difficile, ma guai il giorno che non ci sarà più un uomo disposto a saltare nel vuoto dell’inutilità, della dilapidazione, dello spreco e del simbolico, pur di rispettare sé stesso.

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