Infinite Jest, a caldo

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Finito. Fi. Ni. To. (E chi abbia anche solo visto il volume sul banco della libreria sa cosa significa. Chi lo abbia letto, o almeno ci abbia provato, lo sa ancora meglio.) Dunque, a caldo, cioè appena letta l’ultima riga, cosa è Infinite Jest? È innanzitutto un’opera folle, totalmente priva di senso. Estenuante, sconsiderata, e geniale. È priva di senso la sua mole, è privo di senso il suo intreccio, è priva di senso la sua feroce complessità. In questo però è la sua grandezza, la titanica ambizione del suo autore. Nel tentativo di dare forma al nonsense, al nevrotico.

Infinite Jest è una monumentale enciclopedia di disturbi psichici: schizofrenia, ossessivo-compulsivo, paranoide, e tutto il variopinto ventaglio di combinazioni esistenti e ipotizzabili. Qui tutto è folle. Qui il linguaggio vitreo e asettico della prassi medica sconfina ed emerge dal di dentro della stessa nevrosi. La sua prosa evoca una strana cantilena del pensiero, una esperienza monotonale, ipnotica e ripetitiva. Qualcosa come l’autismo, un dondolare la testa avanti e indietro senza rendersene conto. Non è solo l’opera di un genio folle, di un narratore autistico, ma è un’opera performativamente folle. Che ha impressa la psicosi nelle sue stesse forme.

I vertiginosi — e minuziosi oltre ogni raziocinio — elenchi di sostanze psicotrope legali e non. Le descrizioni ossessionate e ossessionanti di particolari assolutamente insignificanti, che sfidano ogni capacità di seguire lo svolgimento di periodi e costruzioni sintattiche che possono estendersi per una pagina e oltre. Le labirintiche invenzioni di personaggi, comunità, organizzazioni, eventi, titoli di studio, attività accademiche, slang, pubblicità, torture. Tutto è un groviglio inestricabile di psicodrammi, allucinazioni e lampi di sfolgorante lucidità, e tutto è predisposto allo scopo di atterrire e dissociare il lettore dai fragili appigli ai quali ha ancorato la propria sanità mentale.

Ma non solo il contenuto di questo romanzo ciclopico è dissociante e teso a mostrare l’incredibile schizofrenia di quella illusione ordinata che chiamiamo razionalità. È la sua forma che trasuda psicosi. Cioè, D. F. W. crea tutta una nuova realtà, e si mette a descriverla scrupolosamente (con una scrupolosità ossessiva e martellante), non per ambizioni divine, ma per dimostrare la spaventosa grandezza del proprio talento in tutta la sua sfavillante futilità, e quindi dimostra la futilità di ogni talento.

Lo scherzo (jest vuol dire scherzo) è quello di voler creare un gioco infinito, un romanzo ultracomplesso di oltre mille pagine, con duecento pagine di note e sottonote intricatissime, che dimostri la propria inutilità, la vacuità di ogni eccellenza, la ridicola condizione dell’umano condannato a una grandezza senza pari ma senza sapere cosa diavolo farci. In un cesso di nonsenso onnipresente e capillare, D. F. W. deride se stesso costringendosi a sudare su mille-e-più pagine per una verità priva di ragione d’essere, e attraverso il proprio spropositato talento diverte e intrappola il lettore, costringendolo a partecipare di tale assurdità.

Ritorna in mente un vecchio verso di Majakovskij, portato alla ribalta dal buon Carmelo Bene, in una poesia dedicata alla vanità, il cui titolo lasciava poco spazio all’esegesi: All’amato me stesso.

Da quali Golia fui concepito
così grande, e così inutile?

(Nota per l’editore. Milledueceontottantuno pagine. Duemila grammi. Due fottuttissimi chili. Ma non ti viene in mente che si tratta di un romanzo e che dunque il povero lettore avrebbe anche piacere di portarsi a spasso il proprio libro nuovo di pacca del proprio scrittore preferito, magari per leggerlo sulla metro o al parco o dovestracazzoglipare? Ma due chili sono un bottiglione di vino di quelli grossi. Il vocabolario Zanichelli. Il Capitale in tre volumi. Non esattamente quel tipo di bagaglio a portata di ventiquattrore.
Einaudi, tesoro, puttanamaiala, ma non ti è venuto in mente neanche per un istante che forse suddividere il macigno in almeno due volumi era una scelta compassionevole nei confronti del caro lettore, nonché tuo cliente?
)

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