E se la Brexit segnasse la nascita di una cultura europea?

Il referendum britannico ha sconvolto tutti. L’uscita della Gran Bretagna dall’Europa è un evento epocale. Poco conta che gli inglesi in fin dei conti abbiano sempre tenuto un piede dentro e uno fuori dall’Unione. In termini assoluti, la Gran Bretagna è il secondo Pil europeo. 2400 miliardi, euro più, euro meno. Circa il 20% del Pil dell’intera Unione Europea.

Cioè un quinto del valore economico dell’intera Europa ha deciso di separarsi e dichiararsi indipendente. In passato per molto meno sono esplosi conflitti spaventosi. Ma l’Unione è nata sulle barbarie dei conflitti mondiali, proprio per evitare questo tipo di atrocità. L’articolo 50 — che abbiamo imparato e impareremo a conoscere — del tanto vituperato (spesso anche a ragione) Trattato di Lisbona regola infatti anche l’uscita dall’Unione, predisponendo un percorso giuridico con il quale definire le modalità di tale recesso.

Art. 50
Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione.

Si tratta di una peculiarità che rende l’Unione più simile a una confederazione interstatale in cui i soggetti contraenti dei trattati sono gli stati e non i singoli cittadini, che non a una federazione — legittimata invece da una cittadinanza federale. Ma l’ambiguità è sempre viva. Non si è mai vista infatti una confederazione che ponga praticamente sullo stesso piano un consiglio dei capi di stato un parlamento eletto direttamente dai cittadini. (Al tempo stesso però un tale parlamento contraddice se stesso nel momento in cui non viene eletto con un sistema elettorale uniforme per tutti i paesi che vi sono rappresentati).

Insomma, la confusione è manifesta e si fonda su di una stravagante suddivisione della sovranità fra cittadini e Stati. Gli individui sono cioè, contemporaneamente, cittadini degli Stati e cittadini dell’Unione. Una tale dissociazione — quasi psichiatrica — non può non generare conflitti. E forse, sotto sotto, è proprio la risoluzione di tali conflitti che può spingere l’Europa verso una ulteriore integrazione.

Ciò che vediamo oggi, dopo il risveglio shock di venerdì mattina, è esattamente la conseguenza di questa frizione fra le proprie cittadinanze. Il premier scozzese Nicola Sturgeon ha dichiarato che «la Scozia negozierà con Bruxelles per proteggere il suo posto nell’Unione europea». Sadiq Khan, neosindaco di Londra, si è subito affrettato a ricordare che tutti i cittadini europei sono i benvenuti nella metropoli. Nella capitale inglese, inoltre, è stata sottoscritta una petizione — già firmata da circa 100 mila londinesi — per continuare «a essere membri dell’Unione Europea». Non solo. Rialimentando antichi dissapori con Sua Maestà, il Sinn Fein, movimento indipendentista del Nord dell’Irlanda, ha chiesto che si tenga un referendum per l’unificazione dell’Irlanda (Irlanda e Nord Irlanda).
Lo sgretolamento della Gran Bretagna, sotto la spinta dell’epocale referendum, potrebbe segnare, paradossalmente, una nuova e inaspettata tappa dell’integrazione. Oggi i britannici si dividono al loro interno tra chi vuole essere europeo e chi non vuole più esserlo.

Il fatto che la maggior parte dei giovani abbia votato per l’opzione remain è un’ulteriore dimostrazione che la segmentazione delle società europee non passa più per i confini nazionali, e le divisioni si formano invece tra coloro che rimangono arroccati ad un passato nazionalistico e chi invece coglie nell’Unione Europea l’unica opzione politica praticabile per vincere le sfide del futuro.
All’interno della Gran Bretagna — così come all’interno degli altri stati — le divisioni politiche si cristallizzano attorno a due identità, quella britannico-nazionalistica e quella europea-sovranazionale. Tra la generazione dei nonni venuti al mondo sotto le bombe tedesche e la generazione Erasmus che non può più concepire una solidarietà e una fratellanza limitate al proprio gruppo etnolinguistico.

La Brexit potrebbe anche rappresentare il vero volano della faticosa integrazione politico-democratica fino ad ora lasciata ad arrancare dietro il tiro a sei degli imperativi economico-monetari. Ma perché dalla crisi britannica possa scaturire una nuova tappa dell’integrazione serve una oculata gestione del suo post. Servono politici opportunisti che sappiano sfruttare le divergenze interne alla Gran Bretagna, servono leader astuti con una visione chiara e un’orizzonte ampio, che sappiano guidare quel progresso lunghissimo iniziato da una principessa fenicia — Europa — rapita e fecondata da Zeus, inseguita in lungo e in largo per tutto il continenti dai suoi disperati fratelli, che intanto fondavano popoli e costruivano città. Serve non dimenticare che la ricerca di Europa è una ricerca che non si conclude mai, i suoi fratelli ancora inseguono la propria sorella, ricordandoci che — come ha scritto Michelangelo Bovero — «l’unico modo di “trovare” Europa è quello di costruirla, di farla nascere, di darle un’esistenza concreta, unendo le molte città fondate dai fratelli di Europa in un’unica civitas civitatum».

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